L’Italia del Sud guardi alla Corea del Sud

Il sistema universitario italiano continua a sfornare ottimi laureati che, in mancanza di opportunità adeguate in Italia, vanno spesso a fare gli impiegati all’estero. Il nostro Paese, infatti, non riesce a valorizzare organicamente l’istruzione e soprattutto i titoli di studio più elevati, che non vengono assorbiti nel sistema produttivo. A monte, c’è la caratteristica tutta italiana di imprese piccole e medio-piccole a conduzione familiare, che navigano il mercato sull’istinto del fondatore invece che sulle buone pratiche da manuale, motivo per cui gli iperqualificati non riescono ad inserirsi né a dare contributo tangibile. Tali imprese tendono ad aggregarsi in distretti industriali concentrati sul territorio e molto specializzati (file .pdf) , in questo modo riducendo i costi variabili legati al personale (che si concentra appunto sul territorio distrettuale), alle infrastrutture (il distretto cresce e si organizza in base alle proprie esigenze) ed al marketing (le fiere di settore sono spesso organizzate o partecipate a livello distrettuale). L’eccellenza dei distretti concentra la capacità d’impresa e tecnologica, oltre che l’offerta di lavoro qualificato, a macchia di leopardo invece che diffonderla su tutto il territorio, come invece accade dove prevale il modello dei grandi gruppi multinazionali (file .pdf), ad esempio in Germania, Francia e Regno Unito. Come può fare l’Italia a recuperare in modo veloce e concreto il differenziale che la separa dalle dette locomotive d’Europa? Mentre il Regno Unito si allontana perseguendo una Brexit che lo trasformi in una sorta di paradiso fiscale basato su servizi finanziari e deregolazione selvaggia del mercato, il modello più interessante e forse riproducibile per l’Italia ci pare quello della Corea del Sud , un Paese di cinquanta milioni di abitanti (rispetto ai sessanta milioni italiani) distribuiti su una superficie pari ad un terzo di quella dell’Italia. Sostanzialmente in boom dagli anni ’60 fino alla fine del secolo scorso, la Corea del Sud investe oggi il 4% in ricerca e sviluppo e cresce ad un ritmo poco sotto il 3% annuo, attestandosi come undicesima economia del mondo a parità di potere d’acquisto. Cosa dovrebbe imitare l’Italia del modello coreano, oltre l’enorme investimento in ricerca e sviluppo? Specialmente per il Sud, crediamo nel modello dei chaebol, ossia pochi enormi conglomerati industriali che producono qualsiasi cosa, come LG Electronics e Samsung, apportatori di novità tecnologiche che poi conquistano il mercato di massa come ad esempio la tv oled e le lavatrici a doppio cestello. Tali conglomerati andrebbero in Italia supportati da un grande piano industriale nazionale, che il precedente governo aveva iniziato a delineare con iniziative del tipo del Piano nazionale Impresa 4.0 2017-2020 , messo ora in discussione dal corrente governo populista a favore di misure di tipo assistenziale. Un conglomerato a guida pubblica è già stato sperimentato nel secolo scorso in Italia, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale o IRI nato in epoca fascista, divenuto nel dopoguerra un veicolo del boom economico ed infine collassato sotto il peso di debiti e clientelismo, fino ad essere dismesso ed infine liquidato nel 2000. Un nuovo IRI può servire come traccia già percorsa, replicando le positività che hanno alimentato il boom degli anni sessanta, coevo di quello sudcoreano ma esaurito molto prima e mai più vissuto negli ultimi cinquant’anni.

Annunci

MedicalFacts.it

Il Prof. Roberto Burioni, virologo dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano,  e’ recentemente emerso a notorieta’ nazionale per gli accesi scontri dialettici con i numerosi e vocianti sostenitori delle pratiche no-vax o antivaccini. E’ qui in gioco la prevalenza del riscontro medico-scientifico, divenuto protocollo pubblico dopo rigida validazione sperimentale, sulla medicina fai-da-te, priva di base riconosciuta e molto spesso dannosa. Il fai-da-te mette in questo caso a repentaglio la salute propria e quella collettiva, non solo rinunciando ad una efficace e certificata prevenzione ma aumentando a valle i costi sanitari e sociali di rimedio, gia’ sistemicamente molto alti e quindi in via di progressivo contenimento legislativo. Accogliamo dunque con favore e sosteniamo la nuova iniziativa telematica del Prof. Burioni, chiamata MedicalFacts, che si propone di fare divulgazione medico-scientifica corretta contro bufale ed oscurantismo. Aggiungiamo che le istanze politiche di rivalsa popolare contro le elite reali o percepite sbagliano in questo caso bersaglio perche’ la scienza e’ alleata del popolo, del quale riduce gli affanni migliorandone le condizioni di vita primarie anche grazie ad un sistema sanitario nazionale tuttora in gran parte gratuito, a differenza di altri Paesi. Il popolo, insomma, qui appare poco furbo.

Qualita’ della vita 2018

DBAF51EE-E910-4757-BE19-4915B4BC1845

Siamo decisamente favorevoli alle comparazioni quantitative fatte sulla base di indicatori o parametri uguali per tutti i soggetti in esame. Riteniamo siano il modo piu’ sintetico ed efficace per dimostrare chi sta meglio e chi sta peggio, ma soprattutto dove e’ urgente migliorare per rimettersi al passo. In questo senso, riteniamo sempre assai interessanti le classifiche annuali sulla qualita’ della vita in Italia, riportate con grande, campanilistica enfasi sui media locali a commentare miglioramenti e casi limite. Siamo nel periodo di uscita di quelle relative al 2018 e la prima in ordine di diffusione pubblica si deve al quotidiano Italia Oggi in team con l’universita’ La Sapienza di Roma, sintetizzata in figura. Si vive meglio nelle piccole e medie citta’ del Nord-Est, le metropoli arrancano perche’ complesse da governare ed il Sud, generalmente insufficiente, eccelle qua e la’ in indicatori singoli come ad esempio sostenibilita’ ambientale e sistema salute. Va segnalato soprattutto al Sud l’impoverimento sociale progressivo dei piccoli comuni, ormai quasi ineluttabile, al quale i recenti governi di centro-sinistra avrebbero voluto porre primo rimedio accogliendo immigrati a ripopolarli, ricreando un senso di comunita’ solidale. EDIT: aggiungiamo il 17 Dicembre la classifica della Qualita’ della Vita 2018 del Sole 24 Ore

D2C46D47-F4D7-4C35-B43E-C5316D9E89AE

Il debito pubblico italiano

F9800A9A-BA1F-4EF1-80B8-949463722D2D

E’ difficile parlare obiettivamente del debito pubblico italiano se non se ne conoscono la genesi e la progressione storica. Il Sole 24 Ore ha recentemente riassunto un ponderato studio che fa proprio quello. Si veda in figura come negli ultimi 150 anni, ossia dall’unita’ d’Italia, i saliscendi ed i periodi di crisi non siano mancati, e tuttavia sono sempre in qualche modo rientrati. L’articolo chiude sottolineando la difficolta’ attuale e ormai trentennale a rientrare anche questa volta in limiti sostenibili che, aggiungiamo noi associandoci alle voci razionali che gia’ intervengono sui media nazionali, potrebbe portare all’insolvenza e quindi ad uno scenario greco di ristrutturazione del debito a fronte di una letale ed umiliante spoliazione paracoloniale imposta dalla troika. L’azione anti-europeista del presente Governo a guida Cinque Stelle e Lega mirerebbe a respingere quella colonizzazione, anche a costo di uscire dall’Unione Europea e rimproverando ai recenti governi una passivita’ supina ed esagerata, senza orgoglio nazionale. Tuttavia il debito rimane alto e la manovra ottimisticamente espansiva che sta per essere varata potrebbe dare la spallata finale alla credibilita’ dell’Italia sui mercati esteri, che detengono oltre un terzo del debito pubblico italiano corrente. E’ noto come il governo Monti a fine 2011 abbia riequilibrato il forte deficit tendenziale del rapporto debito / PIL causato dalla terribile crisi recessiva del 2007 congelando sostanzialmente la domanda interna, cioe’ tagliando la spesa ed introducendo austerita’. Oggi, tuttavia, i fondamentali economici e produttivi italiani sono assai migliori e la crisi sarebbe in gran parte politica, col populismo sovranista che ha gia’ vinto in Italia e minaccia di espandersi all’Europa con le elezioni del 2019, rovesciando l’ordine franco-tedesco.